Perché non percepiamo il rischio del cambiamento climatico?

Perché non percepiamo il rischio del cambiamento climatico?

Postato da Apicoltura Casentinese il 02/02/2021
Il giorno del suo diciottesimo compleanno Greta Thunberg, intervistata dal Sunday Times, ha detto: Perché credete nella scienza quando si tratta di salute, e non quando si tratta di clima?”

È ovviamente una provocazione ma, per quanto possiamo sperare che sempre più persone abbiano fiducia nella scienza in ogni campo, il problema nasce da come viene percepito il problema.

In un’intervista di Silvia Bombino a Jonathan Safran Foer, autore di “Possiamo salvare il mondo prima di cena”, lo scrittore ha affermato che: “Una delle cose più sbagliate che si fa quando si parla di rispondere al cambiamento climatico è pensare che sia costoso e basta, o che sia un investimento a perdere. Le soluzioni della sostenibilità invece beneficiano le economie. I Paesi che investono in energie rinnovabili, solare e eolico, quelli che innovano nel migliore design, quelli che investono in migliori pratiche di allevamento e agricoltura, in nuovi tipi di cibo, diventeranno ricchi in modo incredibile, questo è certo, ed è il futuro.”

Eppure, questa non è certo l’idea più comune rispetto al cambiamento climatico.

Perché il problema principale è che la crisi climatica è innanzitutto una crisi della percezione.

È stato chiamato Climate Change Risk Perception Model ed è una teoria formulata da Van Der Liden e collaboratori per spiegare in maniera integrata la percezione del rischio rispetto al riscaldamento globale e al cambiamento climatico.

Cosa ne è venuto fuori?

Che la risposta che avremmo dovuto dare a Greta non è una, bensì quattro.


La percezione del rischio è infatti dovuta a diversi fattori:
  1. I fattori cognitivi, cioè la nostra conoscenza riguardo il tema.
    Alcune forme di sapere sono più importanti di altre, come ad esempio sapere quali sono le azioni che contribuiscono al riscaldamento climatico influenza di più la nostra percezione rispetto alla mera teoria del problema.
  2. Caratteristiche socio-demografiche.
    Sapete cosa hanno dimostrato? Che il profilo dei più preoccupati ha un’alta istruzione, non è ideologizzato e spesso è giovane e donna. Altro ancora? Spesso fa parte di minoranze etniche (questo spiega il fatto che spesso le minoranze si occupano anche dei problemi di altre minoranze).
  3. Il processo esperienziale.
    Come non considerarlo? L’esperienza aggiunge alla percezione una componente emotiva fondamentale.
  4. Euristica e Bias.
    Questi paroloni da scienziati in realtà nascondono due dei processi cognitivi più comuni dell’essere umano: gli escamotage mentali che portano a conclusioni veloci con il minimo sforzo e gli inganni della mente.
    Si tratta di cinque euristiche e bias che influenzano i nostri giudizi sul problema e abbiamo deciso di elencarli perché la nostra reazione è stata: è proprio così! E poi: è ancora più vero! E così via.
    Bias dell’ottimismo e la distanza psicologica: l’ottimismo deriva dal fatto che le persone tendono a considerare i rischi incerti e futuri (come il cambiamento climatico) con “ignoranza inter-temporale”. Il disastro non immediato preoccupa meno di qualsiasi problemuccio quotidiano. Effetto del riscaldamento locale: vi siete accorti che ci preoccupiamo di più nei giorni troppo caldi? Beh, riflettiamoci. Consensus euristico, cioè il giudizio collettivo spesso esperto dagli esperti.
    Teoria della giustificazione del sistema: chi vorrebbe veder minato il suo status quo? Chi sta bene in questa condizione tende spesso ad avere una percezione bassa del rischio perché teme di ribaltare il sistema in cui sta felicemente a galla. Ecco perché, come abbiamo detto prima, le minoranze e le donne sono più preoccupati! Limitate riserve di preoccupazione: l’ultimo bias ma non il meno importante. La preoccupazione ci leva tantissima energia ed è un processo cumulativo: più persone si preoccupano di un problema, più tempo ci vuole per rigenerarsi. E poi, soprattutto, non riusciamo a preoccuparci di più problemi alla volta.

Tutto vero, tutto comprensibile ma cosa possiamo fare noi?

Come afferma Telmo Pievani ne La terra dopo di noi, il cambiamento climatico è un evento probabilistico, una sfida cognitiva ed etica, e soprattutto è una crisi di immaginazione.

Cosa possiamo fare per recuperarla?

Sicuramente iniziare a parlarne non solo sempre più spesso, ma nel modo giusto. Perché non si deve innescare un processo di disperazione, ma un discorso che inneschi la speranza e la volontà di agire per cambiare le cose.

Ecco qua un video di Ted x che mostra come dovrebbe cambiare il discorso sul clima, rinnovandosi e avvicinandosi ai valori che gli esseri umani condividono nel quotidiano. Per capire finalmente che non solo siamo in connessione tra noi, ma anche con tutta la natura che ci circonda.

 
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